Giu 2021

I sopravvissuti chiedono: "Perché ti sei tolto la vita?"

È sempre più spesso argomento di discussione anche tra i cristiani il diritto di autodeterminazione del fine vita. Ciò che di solito non viene preso in considerazione nella discussione sono le persone in lutto. Come affrontano la perdita? Con senso di colpa? E come può essere d’aiuto la comunità cristiana?

"Quando Manuela (nome cambiato dall'editore) viene a sapere della morte di Ute, va in bagno e getta lo spazzolino da denti nel cestino. Non ne avrà più bisogno adesso". Questa è la sua prima reazione. Ero come nel vuoto, come in trance. Tutto sembrava così surreale. Semplicemente non potevo crederci. Non potevo crederci. Perché? Perché l'ha fatto?". Inizia così un toccante servizio del settimanale "Christ & Welt", che si concentra su coloro che sono spesso dimenticati in occasione di un suicidio: le persone in lutto.

Cosa ne è di coloro che continuano a vivere?
Solo in Germania circa 10.000 persone si tolgono la vita ogni anno. Quasi 100.000 sopravvivono ad un tentativo di suicidio, ma molti ci riprovano più tardi, con successo. Questo significa che muoiono più persone per suicidio che non per incidenti stradali, omicidi, omicidi colposi, droghe illegali e AIDS insieme. Ed ogni volta, parenti e amici ne sono coinvolti. In media, ogni persona che muore lascia sei persone vicine. Quindi ogni anno si contano circa 60.000 persone in lutto a seguito di un suicidio.
Inizialmente questi sono solo dei numeri, ma dietro di essi si celano dei destini che solitamente rimangono nell'oscurità. Come nel caso di Manuela qui sopra citata. Sposi disperati, famiglie distrutte, persone in lutto che si sentono abbandonate. La discussione pubblica ruota intorno ai motivi del suicidio, tra i cristiani spesso intorno alla questione se il supposto diritto di autodeterminazione del fine vita debba proprio esistere. Ma quasi nessuno parla del destino delle persone in lutto. E quelli che sono rimasti? Coloro che devono trovare la propria strada dopo la perdita di una persona cara? Chi continua a vivere?

Il senso di colpa
Manuela si è spesso chiesta se avrebbe potuto evitare la morte di Ute, se è in parte colpa sua o se l'ha delusa. Avrebbe dovuto capire che Ute non voleva continuare a vivere? Manuela aveva notato che qualcosa lavorava nella sua amica e che la cambiava. A differenza di molti, si rivolge direttamente a lei: "Non ti farai male, vero?". Ute nega. Quando Manuela ha un appuntamento dal medico il giorno dopo, chiede se deve rimanere lì e cancellare l'appuntamento. "No, vai pure", risponde Ute, "ci vediamo dopo". E poi anche lei lascia l'appartamento per togliersi la vita ....
Il corso degli eventi è certamente diverso in ogni caso, ma le domande delle persone in lutto sono simili: non avrei dovuto vedere dei segnali premonitori? Sono da biasimare? Perché l'altra persona mi ha lasciato solo? Avrei potuto evitarlo?

"La vita continua dopo tutto"
Thorsten, il cui figlio si è schiantato con l'auto contro un albero, vive il tempo che segue come un orrore. "La maggior parte dei nostri amici non riusciva a gestire il nostro dolore. Soprattutto, non avevano pazienza. Si aspettano che tu stia bene dopo qualche mese. Ma quando tuo figlio si toglie la vita, la frase 'la vita continua'” non aiuta. Sì, la vita continua, ma in modo diverso".
A volte in questa situazione fa male parlare della perdita, spesso fa più male il silenzio imbarazzato, la rimozione del defunto. Manuela riassume: "Tu stesso cammini nella vita con una ferita enorme. Ma nessuno sembra vederlo".

Che aspetto può avere l'aiuto?
Nessuno può chiarire le domande senza risposta che un suicidio scatena. Ma mentre non c'è una ricetta unica per trattare con le famiglie in lutto, alcune cose di solito sono utili:
Non parlare di "suicidio"; la persona coinvolta non è un criminale, non è un assassino.
- Sii paziente con chi è in lutto. Le loro ferite non guariranno né in sei settimane né in sei mesi.
- Sii presente per loro e continua a segnalare: ti penso e mi dispiace per te.
- Non trasferire la questione aperta della colpa a chi è in lutto. Molti lo vivono come Manuela: "Se Ute fosse morta di cancro, proverei più empatia".
- Affrontare apertamente il tema della malattia mentale e del suicidio. Nessuno ne è automaticamente protetto - nemmeno i cristiani.

Fuori dalla zona tabù
Soprattutto nel contesto cristiano, il suicidio e il modo di affrontarlo sono ancora pesantemente tabuizzati. E spesso viene fatto di tutta l’erba un fascio. Si dovrebbe discutere l'autodeterminazione del fine della propria vita come persona anziana e malata e chiedersi anche dove finisce la libertà e inizia la colpa. La maggior parte dei candidati al suicidio, tuttavia, non vanno” liberamente a un tale suicidio", molti sono malati mentali, interiormente alla fine, non vedono via d'uscita.
Dopo che il figlio del noto predicatore e autore statunitense Rick Warren si è tolto la vita nel 2013, lui e sua moglie si sono ritirati un anno per elaborare il lutto. Nel frattempo, affronta in ogni occasione la situazione dei malati mentali, che naturalmente esiste anche nell'ambiente della chiesa. Per Warren è ben evidente come ha superato il periodo più buio della sua vita come persona in lutto: "La risposta è Gesù Cristo”. Non avremmo potuto superare quel momento difficile da soli.

E se ora sei pieno di dolore, hai bisogno di altre persone. Hai bisogno di una comunità cristiana". E la comunità cristiana ha bisogno della prospettiva di Dio per poter incontrare nel suo amore gli afflitti, i malati mentali, ma anche coloro che hanno avuto un lutto.

  • Fonte: © Livenet / Christ & We
  • Autrice: Hauke Burgarth
  • Traduzione: Gabriella Mezzanotti
  • Upload: Grazia Marano